Nelle pazienti con diametro areolare sufficiente (maggiore di 3 cm) è possibile scegliere se fare il taglio nel bordo inferiore dell’areola o nel solco inframammario. Dal punto di vista squisitamente estetico non vi sono grosse differenze. Entrambe le incisioni sono lunghe circa 3.8 cm e se suturate bene ed in assenza di complicanze (infezioni e ritardo di guarigione, molto rare) lasciano cicatrici assai poco visibili. Ben inteso che la “cicatrice invisibile” non esiste. Ad ogni modo l’incisione si maschera bene, in entrambi i casi, anche perché cade in un punto dove riesce a mimetizzarsi, nel passaggio di colore tra lo scuro della mammella e il chiaro dell’areola e nell’ombra del solco inframammario. Per questi motivi in molti casi è possibile dopo 6-12 mesi prendere il sole in topless senza destare “sospetti”.
Dal punto di vista tecnico non vi sono differenze in termini di complessità o tempi di esecuzione. Nell’incisione dal solco inframammario lo scollamento è completamente extra ghiandolare ossia la mammella non viene minimamente toccata, mentre nell’accesso dall’areola viene praticato un piccolo tunnel nella parte inferiore della ghiandola per raggiungere il piano di alloggiamento della protesi. In questo secondo caso la ghiandola viene comunque danneggiata pochissimo e conserva più del 90% della sua funzionalità. Ovviamente entrambe le tecniche sono pienamente compatibili con gravidanza e allattamento.
Per quanto riguarda infine la sensibilità, pur essendo piuttosto rari difetti di sensibilità cutanea permanenti dopo un intervento di mastoplastica additiva, non è chiaramente documentata una differenza di incidenza fra le due tecniche. La scelta quindi dipende principalmente dai gusti della paziente tenendo comunque bene a mente che, in ogni caso, la cicatrice rimarrà sempre coperta da qualsiasi bikini indosserà, per quanto piccolo.
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L’unica possibilità per eseguire un intervento di simmetrizzazione delle mammelle in Ospedale è che vi sia, ben documentata, una malformazione/menomazione congenita. Nel caso specifico dovrebbe trattarsi di una agenesia (assenza totale) della ghiandola mammaria e/o del muscolo pettorale. Questa malformazione, che può essere anche abbastanza complessa, viene chiamata Sindrome di Poland. La ricostruzione mammaria, oltre che l’inserimento di una protesi, può comprendere procedure complicate di trasferimento di muscoli dalla schiena, espansione cutanea e rimodellamento della mammella controlaterale.
In tutti gli altri casi l’intervento è puramente con finalità estetiche e quindi non mutuabile.
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La mastoplastica riduttiva è un intervento di chirurgia estetica che viene normalmente eseguito in libera professione e quindi a pagamento. In rari casi di gigantomastia gravissima, se è documentato chiaramente un problema di salute causato dal volume e dal peso delle mammelle, l’intervento può essere eseguito in ospedale. In questi casi è necessario dimostrare inequivocabilmente con un iter ospedaliero un problema quale un grave vizio posturale e/o una artrite toraco-cervicale o un problema dermatologico. E’ bene ricordare che nei casi così detti “mutuabili” il paziente non può scegliersi il chirurgo.
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L’aumento estetico del seno con tecnica del lipofilling è una procedura molto discussa e contestata per diversi motivi. In primo luogo per raggiungere un volume che consenta un aumento minimo di una taglia è necessario ottenere un impianto stabile di 150 cc di grasso almeno, per mammella. Poiché il grasso innestato attecchisce solo in minima parte (tra il 30-50%) per ottenere l’aumento minimo di una taglia sarebbe necessario prelevare almeno 600cc di grasso (per le due mammelle), la qual cosa non è sempre facile in pazienti magre. Inoltre tale procedura richiederebbe diversi interventi (3-5) poiché, considerata la ristretta area di innesto, oltre un certo volume di grasso iniettato la probabilità di attecchimento si riduce notevolmente. L’ultima e più importante ragione è che diversi recenti studi dimostrano che il grasso innestato può andare incontro a fenomeni di calcificazione che, in regione mammaria, possono indurre falsi positivi radiologici per neoplasie (ossia possono far credere erroneamente che ci sia una lesione tumorale in una mammella sana, durante una mammografia o un’ecografia mammaria). Se quindi il lipofilling trova una valida applicazione in ricostruzione mammaria post oncologica la sua applicazione in chirurgia estetica è molto discussa.
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Non esistono “leggi” in tal senso ma esclusivamente regole dettate dal buon senso e dall’esperienza di ogni singolo chirurgo. In linea di massima la mastoplastica additiva retromuscolare è generalmente meno traumatica e il sanguinamento abbastanza scarso. In questi casi si può con maggiore tranquillità evitare di mettere il drenaggio. Nelle mastoplastiche additive retromuscolari i rischi di sanguinamento sono maggiori per cui è più frequente ricorrere a drenaggi per alcuni giorni. Come vede però non c’è una regola assoluta ma la scelta dipende principalmente dall’esperienza e dalle abitudini del chirurgo. Operatori più veloci possono essere più traumatici e quindi fare un intervento rapido ma con maggiore sanguinamento e quindi possono optrare per idrenaggi. Altri chirurghi sono invece un po’ più lenti ma molto più accurati e meno traumatici e quindi usano meno i drenaggi. Tuttavia esistono colleghi che sono calmi, accurati, poco traumatici ma usano comunque i drenaggi semplicemente per ridurre al minimo il rischio di complicanze a breve termine (ematomi, sieromi). In ogni caso è bene tenere a mente che la presenza del drenaggio è ininfluente sul risultato finale. Tenerli per uno due giorni è un disagio minimo, la rimozione è indolore e non lasciano cicatrici visibili. L’importante è che il chirurgo cui ci si affida, qualsiasi siano le sue scelte, abbia un basso tasso di complicanze (e buoni risultati!).
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La rottura di una protesi mammaria è un evento abbastanza raro. Un fatto traumatico recente al torace (es. un incidente stradale o una caduta accidentale) seguito da dolori intensi e prolungati al seno e/o rossore gonfiore possono far sospettare la rottura dell’impianto. Più raramente il decorso può essere privo di segni e sintomi. La rottura di una protesi senza causa traumatica è dovuta ad errori di fabbrica ma è un eventualità quasi impossibile poiché i principali produttori di impianti adottano controlli di qualità molto accurati.
Per la diagnosi di certezza è necessario eseguire una risonanza mammaria che consente di studiare molto bene l’integrità dell’involucro della protesi ed identificare eventuali fuoriuscite di gel. Se la rottura della protesi è accertata è necessario sostituirla. Attraverso la stessa incisione del primo intervento viene sfilato l’impianto rotto, viene pulita accuratamente la tasca di alloggiamento (passaggio questo non sempre agevole soprattutto con protesi in gel morbido) e viene inserita una nuova protesi identica alla precedente. Per poter avere a disposizione in sala la nuova protesi è sempre indispensabile conservare i codici identificativi dei primi impianti che, per legge, devono essere consegnate alle pazienti il giorno dell’intervento.
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Assolutamente no! Si tratta in effetti di una leggenda metropolitana priva di fondamento. Gli impianti moderni sono studiati per resistere perfettamente a tutte le sollecitazioni fisiche di una vita normale e viaggiare in aereo o fare un’immersione rientrano fra queste condizioni. A maggior ragione il rischio in aereo è totalmente inesistente poiché i velivoli sono pressurizzati.
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E’ difficile dare una risposta sintetica a questa domanda. Non è possibile stabilire in modo assoluto la durata in termini qualitativi di una mastoplastica additiva. Vanno valutati caso per caso quali sono i fattori che favoriscono un risultato duraturo. Il primo fattore da considerare è l’età nel senso che minore è l’età della paziente migliore è la qualità della pelle e la sua elasticità. Una paziente più giovane avrà una pelle che reagirà bene all’aumento di volume senza perdere tono o smagliarsi. Il secondo fattore da considerare è il volume degli impianti scelti. Più grande è la protesi, maggiore è il suo peso e maggiore sarà di conseguenza il peso finale della mammella. Il peso x la forza di gravità x il tempo determina la caduta del seno, più o meno rapida ma comunque inevitabile. Scegliere protesi di volume medio-piccolo (massimo 280-320cc) riduce notevolmente il rischio di una discesa prematura delle mammelle. Viceversa, volere un seno molto voluminoso e senza compromessi (protesi 4-500cc) può riservare sgradevoli sorprese negli anni. Il terzo fattore e forse il più importante sono le gravidanze. Gravidanza e allattamento costituiscono un fattore di rischio per cambiamenti del seno a prescindere dal fatto che esso sia naturale o meno. Tengo a ribadire che trattasi solo di fattore di rischio e non di certezza di cambiamento. Al termine dell’allattamento le mammelle possono rimanere di un volume inferiore (più spesso), maggiore o, se si è fortunate, dello stesso volume di prima ma possono comunque formarsi delle smagliature e il seno può perdere un po’ di tono e scendere verso il basso. Ben inteso che la mastoplastica additiva è perfettamente compatibile con la gravidanza e l’allattamento, ma un conto è l’eventualità di una o due maternità dopo l’intervento, un altro discorso è avere intenzione di avere 3 o più figli. Il rischio di un cambiamento in questo caso è significativo e conviene posticipare l’intervento a dopo le maternità o accettare l’eventualità di una revisione successiva.
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Dal punto di vista dei materiali le moderne protesi in gel di silicone sono garantite diverse migliaia di anni nel senso che in condizioni ideali di temperatura, umidità, pressione, etc.., gli impianti sono completamente inerti e quindi stabili nel tempo. In condizioni di vita normale e in assenza di difetti di fabbrica (incidenza quest’ultima effettivamente bassissima) impianti di buona qualità non necessitano di sostituzione e quindi non esiste una data di scadenza.
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La mastoplastica additiva non comporta alcuna variazione di temperatura cutanea. La possibilità che il seno diventi freddo dopo un intervento di mastoplastica additiva è di fatto una leggenda metropolitana. Negli aumenti maggiori (con protesi >400 cc) e con pelli molto sottili si può avere una certa tensione cutanea accompagnata da una sensazione di mammella più fresca. In questi rari casi si tratta in effetti di una semplice sensazione soggettiva delle pazienti senza una variazione effettiva della temperatura.
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In ogni caso si. Indipendentemente dal fatto che la protesi venga collocata dietro alla ghiandola o dietro al muscolo grande pettorale la presenza della protesi non disturba la ghiandola mammaria. In funzione della sede di incisione cutanea vi è invece una live differenza sulla capacità di allattamento. L’incisione inframammaria (dal solco) permette di eseguire uno scollamento completamente extra ghiandolare, ossia senza toccare minimaente la ghiandola mammaria che è così preservata al 100%. Nel caso di un’incisione emiareolare invece è necessario attraversare la ghiandola per raggiungere il piano di alloggiamento della protesi e pertanto qualche dotto mammario viene sezionato e alcuni lubuli ghiandolari vengono per così dire “tagliati fuori”. Va peraltro detto che in questo caso buona parte della ghiandola viene comunque risparmiata ed è in grado di compensare ampiamente la produzione lattifera. Questa dieferenza resta pertanto solo teorica ed in ogni caso l’allattamento è possibile.
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